giovedì 30 marzo 2017

Il migliore avvocato non è quello che vince le cause, ma quello che le evita.

La missione primaria dell'avvocato è quella di tutelare nel migliore dei modi l'interesse dei propri assistiti. Proprio per questo, sono convinto che il migliore avvocato non sia quello che vince le cause, ma quello che le evita. La mia esperienza in Corte d'Appello a Milano mi ha convinto che una parte significativa della cittadinanza si sia infantilizzata nei propri rapporti con lo Stato. Troppo spesso, i singoli sentono la necessità di rivolgersi all'autorità e alla forza dello Stato (nella sua veste giudiziaria) per dispute che invece ben potrebbero e dovrebbero essere risolte bilateralmente. Per questa ragione, l'avvocato ha anche un ruolo pedagogico. Deve portare il proprio assistito non certo a condividere, ma - questo sì - a tollerare le ragioni della sua controparte, nel minimo necessario per una composizione pacifica della controversia. Ad oggi, il laureato in giurisprudenza verosimilmente non dispone delle competenze necessarie per tale ruolo. Anche per questo, sono fondamentali sia la qualità della pratica forense, sia la serietà nel percorso di formazione permanente (malgrado i vizi macroscopici e strutturali che lo affliggono). Sono felice che la mia prima esperienza formativa obbligatoria sia stata proprio in materia di risoluzione alternativa delle controversie (ADR). Il convegno tenutosi il 30/03/2017 alla Camera, e organizzato dall'Osservatorio sull'uso dei sistemi ADR, è riuscito a offrire, pur nell'eterogeneità dei temi trattati, numerosi spunti di approfondimento a chi, come me, si è avvicinato a un mondo in parte ancora sconosciuto.

giovedì 19 gennaio 2017

Mai 2011, la crise en Lybie et le défis d'une politique étrangère commune pour l'UE.

J'ai récemment retrouvé ce texte, que j'écrivis dans le mai 2011. J'ai décider de le publier sur mon blog, vus que les les thèmes abordés conservent toute leur actualité.

Alors que la crise militaire en Afrique du Nord ne semble pas proche de sa fin, il est nécessaire pour les  États et les citoyens de l’Union Européenne de réfléchir sur son début.  Insouciants des positions de leurs homologues italiens et allemands, le président français Nicholas Sarkozy et son entourage ont lancé une difficile opération militaire. L’opération prétend être justifiée sur la base d’une résolution des Nations Unies, alors que celle-ci demandait seulement l’instauration d’une no-fly zone et non pas le renversement du régime de Qaddafi.

Quel que soit le jugement de l’histoire sur cette guerre (dont les conséquences, en janvier 2017, paraissent tragique, ndr), elle a démontré l’absence d’une politique étrangère européenne. Bien que ses compétences ne cessent d’augmenter, l’Union Européenne apparaît comme une institution principalement économique. Le manque d’une politique militaire et étrangère commune est logique, car l’UE n’est pas une fédération, mais une forme très avancée de collaboration entre États indépendants. Dans le domaine de la Politique Étrangère et de Sécurité Commune (PESC) cette collaboration existe au niveau intergouvernemental, et non pas au niveau institutionnel-communautaire. Donc, ce n’est pas l’existence d’une politique étrangère autonome qui peut être critiquée, mais le fait qu’elle ait été pensée et sans aucune consultation avec ses partenaires. L’attitude française pendant cette crise semble exprimer un mépris de l’idée même de collaboration.

Pourtant, les bénéfices d’une politique étrangère commune seraient importants. L’Europe parle aujourd’hui avec vingt-sept voix différentes et le résultat est que trois quarts de ces voix ne sont pas entendues. Les quelques voix qui peuvent être entendue sont flébiles et incomparablement plus faible que la chinoise, l’américaine et l’indienne. Nos divisions nous rendent proies des autres grandes puissances. Est-il normal que l’influence d’une Russie paranoïaque, peu peuplée et encore déstabilisé soit si grande en Europe? Si l’Europe, si forte en population, richesse et culture, était vraiment unie c’est bien le contraire qui arriverait. À en profiter ne serait pas seulement les peuples de l’Union, mais la paix et la stabilité de l’Eurasie entière.

Si la création d’une politique étrangère commune demeure le grand dessin à accomplir, les difficultés qui nous en séparent sont aussi grande. Les nations européennes ne veulent pas renoncer à une telle partie de leur souveraineté. Pays comme l’Espagne, le Royaume-Uni et, surtout, la France ne sont pas seulement des nations, ce sont les  États qui ont crée l’idée de nation. En plus, certains pays ont des fortes influences qu’ils ne veulent risquer de perdre. La France a un rôle important en Afrique, le Royaume-Uni ne peut se passer de ses relations avec le Commonwealth et de la special relationship ave les  États-Unis. En outre, les nouveaux membres de l’Est sortent de l’expérience tragique du bloc soviétique et sont trop fiers de l’indépendance qu’il viennent de gagner à nouveau pour y renoncer en grande ou petite partie.

Que faire alors pour avancer le long du chemin tracé par Spinelli, Monet et les autres pères de l’intégration européenne ? Bien que leur valeur soit surtout symbolique, certaines nouveautés du Traité de Lisbonne indiquent la bonne direction : la création d’un Président de l’Union, d’un Ministre européen des affaires  étrangères (qui a conservé le nom de Haut Représentant de la PESC), l’augmentation de pouvoir du Parlement de Strasbourg et, dernier mais pas par importance, d’un service diplomatique propre de l’EU.


Cela n’est bien sur pas assez. Trouver un accord à 27 pour une politique étrangère commune semble impossible, mais la solution pourrait être une Europe à deux vitesses. Les succès de l’approche fonctionnaliste à l’intégration nous indiquent que la politique des petits pas peut porter à grands résultats. Comme les hommes de mer d’autres temps, les hommes politiques et les citoyens qui soutiennent l’idée d’une politique étrangère commune doivent avoir patience et attendre que le vent soit propice, sans pour autant perdre de vue leur destination finale.

mercoledì 18 gennaio 2017

A difesa del bilinguismo paritario in #AltoAdige #SudTirol .

Sono stato pochi giorni fa in Trentino e in Alto Adige, vedendo di persona i tentativi di alcune frange politiche di attizzare il sentimento nazionalista germanico in senso marcatamente anti-italiano. 

Né gli equilibri politici romani, né i rapporti cordiali e produttivi con i rappresentanti della minoranza linguistica tedesca ci autorizzano a chiudere un occhio su un fenomeno così pericoloso per l'unità nazionale. Fenomeno che, se tollerato, non rimarrà necessariamente limitato al Sud Tirolo, essendo suscettibile di riproporsi anche in altre aree del paese. 

L'ottica, ovviamente, non deve essere quella, speculare, di un antistorico estremismo nazionalista italiano, ma quella di una ferma, irremovibile difesa del principio del bilinguismo paritario. Mi associo quindi all'appello dei 48, recentemente sottoscritto da alcuni dei più importanti studiosi dell'Accademia della Crusca a difesa dei toponimi italiani, che vi invito a diffondere e sostenere.

venerdì 23 dicembre 2016

Se cede #Shengen, vince il terrorismo.

Sospendere Shengen, ripristinando i controlli alle frontiere nazionali, a seguito del recente attacco terroristico a Berlino, sarebbe un errore dalle conseguenze incalcolabili. La libera circolazione delle persone non è solo il più immediato beneficio derivante dall'integrazione europea, ma è anche il segno tangibile di quanto l'Unione non sia una struttura con fini meramente commerciali, ma un valore e un'opportunità molto più ampia per l'esistenza dei suoi cittadini.

Stiamo affrontando una minaccia terroristica portata avanti da qualche centinaio di persone su una popolazione di centinaia di milioni. Davvero intendiamo cedere a questa infima minoranza? Davvero siamo disposti a prendere in considerazione una misura come la sospensione di Shengen, che colpirebbe duramente, anche a livello economico, milioni di persone? Se abbandoniamo Shengen, rendiamo i nostri popoli più poveri e più divisi, per inseguire una maggior sicurezza comunque incerta nell'an e nel quantum. Così facendo, consegnamo ai terroristi una vittoria che mai sarebbero in grado di ottenere da soli. I politici che chiedono l'abolizione di Shengen vorrebbero atteggiarsi a uomini forti, ma la via che indicano è quella del cedimento, della debolezza, dell'egoismo e della codardia.

La strada da seguire è esattamente quella opposta e si fonda su resilienza, coesione e cooperazione.
Dobbiamo potenziare la capacità delle nostre comunità di reagire positivamente a eventi traumatici e a stress persistenti, quali quelli generati dal fenomeno terroristico, trasformando la minaccia in una fonte di coesione e solidarietà tra gli individui e tra i popoli del continente. Dobbiamo poi studiare forme di cooperazione piú avanzate nell'intelligence, nella difesa e nella gestione della politica estera.
Le frontiere da sorvegliare ci sono già, ma non sono certo quelle interne, tra i singoli Stati nazionali: sono quelle dell'Europa.

domenica 20 novembre 2016

Kyenge shock: fotografata con Omar al-Mukhtār: ecco cosa è successo... una piccola riflessione su clickbait e disinformazione online.


Non c'è nessuna foto imbarazzante dell'On. Kyenge, anche perché Omar al-Mukhtār è stato impiccato nel 1931. Se hai visto questo titolo su un social network e ci hai creduto, la combinazione di parole chiave ha raggiunto il suo scopo. In tal caso, non è verosimilmente la prima volta che vieni ingannato in questo modo, per farti fare un click o, ancora meglio, una condivisione. Oggi, però, l'ho fatto perché non ne posso più di vedere decine dei miei contatti cadere così facilmente nelle trappole della disinformazione online e dei clickbaits.

Con questo ultimo termine si indicano dei contenuti specificamente concepiti per generare profitti pubblicitari ai siti che li ospitano, a scapito della verità e della qualità delle notizie, sfruttando titoli accattivanti e sensazionalisti o immagini d'effetto, che incitano a cliccare link e a farli condividere. Il tipico post clickbait é costruito in modo da darti abbastanza informazioni per attrarre il tuo interesse, ma non abbastanza da soddisfare la tua curiosità, così spingendoti a cliccare sul link. Generalmente. dopo aver cliccato, emerge l'effettiva scarsità di contenuto della pseudonotizia, partita con un titolo sensazionalistico che corrisponde in minima parte al contenuto della "notizia". Esistono interi portali anche in Italia, che vivono con questo espediente, alcuni dei quali, come tzetze, con un traffico e una diffusione imponente. Sul suo blog, Raffaele Giovanditti offre una serie di esempi di clickbait, una casistica che spiega più di mille parole.

In astratto, il clickbaiting non parrebbe un fenomeno così pericoloso. Sembra, più che altro, la versione online di quella forma di giornalismo scandalistico diffuso nel mondo anglosassone, noto come yellow journalism (un esempio probabilmente conosciuto anche in Italia è quello del "giornale" inglese Sun).  Tuttavia, quando questo genere di contenuti, grazie alla viralità delle piattaforme online, diventa una delle principali forme di informazione di una larga parte della popolazione, diventa un problema sociale e politico.

Questi contenuti esagerati, falsi o ingannevoli diventano ancor più pericolosi quando non sono semplicemente diretti ad arricchirsi, ma sono inseriti in un disegno di vera e propria propaganda politica. In questo caso non siamo più nel campo del clickbaiting inteso in senso stretto, ma nel campo di una forma nuova e virale di disinformazione. I giornali anglosassoni, negli ultimi giorni, stanno approfondendo proprio l'influenza avuta da questa disuctibile propaganda nell'elezione di Donald Trump a presidente degli Stati Uniti.

Oltre alla viralità, questa forma di disinformazione è resa ancor più pericolosa da un fenomeno noto come echo chamber. Nella nostra vita digitale, ciascuno di noi tende a inserirsi in comunità di persone simili, visitando e collaborando a pagine/forum sulla base di comunanze di interessi e, collegandosi sui social network con persone a sé affini. In una tale comunità virtuale, un'opinione non viene spesso a trovarsi contrapposta a quella contraria, ma viene al contrario continuamente ribadita e rilanciata (per questo si chiama effetto "eco"), rafforzandosi quindi sempre di più a ogni passaggio, per ogni partecipante.

Faccio un esempio, necessariamente semplificato, per capirci: su un forum di discussione nazionalista, condivido un articolo con opinioni molto estreme contro i profughi, articolo rispetto al quale sono inizialmente solo in parte d'accordo, perché in effetti è forse fin troppo estremo. Se però le altre persone che frequentano il forum riscontrano tutte positivamente l'articolo e lo rilanciano, con nuovi post di uguale tenore, ciò rinforzerà la mia opinione, che inizialmente era favorevole ma non fino in fondo. Dopo alcuni passaggi, non mi porrò più dubbi e condividerò totalmente l'opinione estrema dell'articolo da me originariamente postato.

Nella realtà, questo avviene non tanto sul singolo post, ma sul complesso delle mie condivisioni nel corso del tempo, e tuttavia è reciproco, nel senso che io non solo ricevo l'eco degli altri, ma creo anche io un eco a ciascuno di loro. Un fenomeno del genere si è sempre verificato in tutte le comunità chiuse. Oggi però una percentuale sempre maggiore delle nostre interazioni sociali avviene tramite internet, mentre un tempo la discussione di temi politici e sociali si faceva essenzialmente dal vivo, spesso in luoghi pubblici come i caffè, i treni, i luoghi di lavoro e di studio. In questi luoghi, era inevitabile confrontarsi con una pluralità di opinioni, anche contrarie, e ciò portava a ripensamenti, riflessioni e mediazioni. L'esatto contrario di ciò che avviene oggi: ciascuno di noi interagisce principalmente in un fortino virtuale di persone che in gran parte già la pensano come noi.

In un tale ambiente, la disinformazione corre molto veloce. Infatti, leggendo una pseudo-notizia che corrisponde all'idea che già mi sono fatto su una determinata tematica (per esempio su un crimine apparentemente commesso da degli immigrati), tenderò a considerarlo vero, senza fare alcuna verifica, e magari condividerò di nuovo il relativo contenuto, così contribuendo a diffondere ulteriormente la falsità. Così faranno tutti gli altri nella mia "comunità virtuale" e la nostra opinione ne risulterà ulteriormente rafforzata, e così via in un ciclo continuo di radicalizzazione.

Eppure basterebbe poco per sgonfiare le menzogne. Per esempio, hai verificato che la notizia abbia una data precisa, e individui il tempo e il luogo dei fatti? Le bufale meno raffinate spesso non indicano quando è avvenuto il fatto, così da rendere impossibile una verifica e da poter ritornare virali anche a distanza di tempo. E poi, l'autore si è firmato? L'autore identifica le sue fonti? Se la fonte è un altro articolo, quest'ultimo ha a sua volta una fonte? Nota bene, un semplice link in ipertesto non è di per sè una fonte attendibile. Spesso articoli falsi usano come fonte... un altro articolo falso, magari con due o tre passaggi. Addirittura, una volta ho trovato un articolo A) che linkava come fonte l'articolo B), che linkava a sua volta come fonte l'articolo A).

Può accadere, ogni tanto, che qualcuno evidenzi che la notizia è una bufala. Tuttavia, in una comunità di opinioni omogenee, ciò non avverrà mai abbastanza spesso da fare cambiare opinione. La comunità infatti si auto-assolverà per aver condiviso la falsità, in quanto dopotutto essa è credibile, corrispondendo all'idea che i suoi membri si sono fatti della realtà. Non ho scelto il titolo sulla Kyenge a caso, ma sulla base di una discussione effettivamente letta su facebook. Un mio contatto aveva condiviso l'ennesima denuncia scandalizzata di una supposta dichiarazione offensiva contro gli italiani apparentemente proferita dall'ex ministro Kyenge. Dopo che - fatto raro - qualcuno aveva commentato fornendo una fonte che dimostrava la falsità della notizia, il suo autore aveva risposto qualcosa del genere: "sai, con tutte le cose indecenti e assurde che dice la Kyenge contro gli italiani, poteva anche starci".

Peccato però che la Kyenge non abbia mai insultato gli italiani, e le decine di dichiarazioni offensive o provocatorie che le sono attribuite siano tutte false, dalla prima all'ultima.

Prima di congedarmi, vi segnalo la lista nera dei siti di disinformazione/clickbait compilata da un noto sito di fact checking italiano. Magari, la prossima volta, prima di condividere un contenuto o di metterci un like, verificate anche l'attendibilità di chi lo ha pubblicato.



mercoledì 14 settembre 2016

#cyberbullismo: anche di fronte alla morte, il legislatore resti razionale.

Ore 00.15 di questa notte: appoggio la testa sul cuscino, sento il sonno che si avvicina. Di colpo, però, un pensiero balena e mi riporta alla lucidità. Mi rendo conto che la tragica notizia del suicidio di Tiziana Cantone, di cui ho letto poco prima su Facebook, non potrà non inserirsi nelle discussioni in corso sulla PDL Cyberbullismo

Le criticatissime norme penali introdotte in questa proposta, in parte snaturandola, e di cui molti si aspettavano la soppressione, potrebbero ora essere approvate sull'onda emotiva. Poco importa che la loro applicabilità al caso di specie sia dubbia, poco importa che non introducano un bel niente, ma trasformino -in peggio - qualcosa che già c'è. "Bisogna dare un segnale" è il messaggio che inizia a rimbalzare. 

Come ci testimoniano ancora oggi le opere di Manzoni, il potere, in Italia, ha una lunga e consolidata tradizione nel piegarsi alle invocazioni di forca provenienti dalle piazze. La logica, la razionalità e l'efficacia dissuasiva del sistema penale diventano inutili orpelli di fronte all'emozione totalizzante e alla rabbia vendicativa del popolo. Spero però che la Camera abbia la consapevolezza e il coraggio di non cedere, almeno oggi. Quanti danni vogliamo ancora fare cedendo a logiche emergenziali e a ondate emozionali nella costruzione del nostro sistema penale?

martedì 12 luglio 2016

#FederazioneEuropea, il migliore tra i futuri possibili.

Pochi giorni fa, si è tenuto un referendum sulla permanenza del Regno Unito nell'Unione Europa, conclusosi con la vittoria del fronte del leave. Se, come pare ormai inevitabile, si avvierà la procedura per l'uscita della Gran Bretagna dall'UE, assisteremo al più significativo regresso del processo di integrazione europea.

Molti, anche qui in Italia, si rallegrano dell'esito referendario, auspicando la disintegrazione dell'Unione. Ormai, additare l'UE come responsabile di tutti i mali del continente è diventato un cliché in ampi settori della società, e tra i politici che la rappresentano.

Possiamo dare per assodato che il progetto europeo, così come realizzato ad oggi, soffre di due importanti limiti. Il primo è quello della legittimazione democratica. Malgrado gli interventi correttivi da ultimo previsti nel Trattato di Lisbona, la maggior parte degli organi dell'UE non sono dotati di diretta legittimazione democratica e, in ampi settori, il Parlamento ha un potere limitato. I maggiori poteri decisionali, all'interno dell'UE, risiedono ancora nel Consiglio e negli Stati Nazionali che lo compongono.

Il secondo limite è implicito nell'idea stessa di un'integrazione solo economica. L'integrazione non è uno status, ma un processo. Negli anni '60, l'economista Béla Balassa ha proposto uno schema, apprezzato ancora oggi, dei diversi, progressivi stadi di integrazione economica. Con ogni passo in avanti, si risolvono delle problematiche della situazione precedente, ma se ne creano delle nuove che dovranno, a loro volta, essere affrontate. L'Unione Europea è oggi arrivata, per i paesi della zona Euro, al penultimo stadio, ossia quello dell'unione economica e monetaria.

A fronte dello shock provocato dalla crisi finanziaria globale, poi diventata per noi crisi dei debiti sovrani, questa unione monetaria non sta funzionando. Secondo alcuni studiosi, i recenti, negativi sviluppi  dimostrano che l'Europa, attualmente, non è un'area valutaria ottimale.  A costo di semplificare, possiamo dire che, secondo questa teoria, una moneta unica può prosperare solo nell'assenza di shock asimmetrici, in presenza di una forte mobilità dei fattori produttivi e magari in presenza di sistemi di riequilibrio fiscale, anche di tipo federale. Elementi che, ad oggi, risultano problematici. A fronte di una politica monetaria unica, gli Stati europei continuano a porre in essere politiche fiscali separate, solo esternamente irrigidite - in negativo - da vincoli di bilancio, ma senza strumenti di riequilibrio. Non sono il solo a dubitare che una tale cesura tra una politica monetaria comune e politiche fiscali possa continuare indefinitivamente, alla luce dei profondi squilibri dell'eurozona. Il timore è che, se non si fanno passi avanti, sarà inevitabile farne indietro, regredendo significativamente nel processo di integrazione.

Fare un passo avanti significa, necessariamente, avviare l'integrazione politica. Con l'unione monetaria, siamo arrivati al livello massimo dell'integrazione "solo" economica. Il limite del funzionalismo economico è stato raggiunto. Diventa a questo punto necessario iniziare a mettere  in comune, a un livello ben più alto dell'attuale, anche le politiche fiscali, e quindi la spesa pubblica. Per fare questo, però, è necessario dare vera legittimità democratica alle istituzioni che dovranno gestire tale spesa (e quindi, direttamente o meno, le risorse raccolte attraverso la tassazione). Di fatto, è la logica insita nel principio del no taxation without representation che mi porta a guardare con sfiducia, almeno nel lungo termine, a tutte le soluzioni para-federali posticce sulle quali si sta riflettendo pur di mantenere viva l'illusione della sovranità nazionale. Esse finirebbero per acuire il problema della democraticità dell'Unione, indebolendone di fatto le fondamenta.

Solo una vera Federazione può consentire un'evoluzione del processo di integrazione davvero rispettosa del principio rappresentativo. Uno Stato plurinazionale, con un'unica soggettività internazionale, ma con un potere centrale limitato e ampie riserve di competenza ai singoli stati federati. Almeno inizialmente, è impensabile che un tale progetto possa estendersi a tutti gli Stati dell'Unione: i candidati al progetto federale sarebbero i membri fondatori CEE e gli stati della zona euro. Si creerebbe un sistema di integrazione differenziata, con la persistenza dell'Unione Europea, e al suo interno, come perno centrale, la Federazione. Certe problematiche paiono difficili da sormontare. Si pensi, anche da un punto di vista simbolico, alla complessità delle negoziazioni per individuare la capitale federale!

D'altra parte, pensiamo a qual'è l'alternativa. La costituzione di un mercato più ampio e privo di barriere non è il fine per il quale è stato iniziato il processo di integrazione, ma il mezzo. Il principale fine era è quello di impedire un nuovo conflitto tra gli Stati europei. Non a caso, il primo step del processo è stato la costituzione di una Comunità Europea del Carbone e dell'Acciaio, all'interno della quale condividere liberamente e senza discriminazioni queste risorse, fondamento dell'industria bellica. I promotori dell'iniziativa non erano interessati a ottimizzare la produzione o favorire i commerci. Intendevano invece prevenire il riaccendersi della competizione franco-tedesca per il controllo delle risorse siderurgiche site nelle aree vicine al confine renano e nel Benelux, competizione che veniva riconosciuta fra le cause economiche scatenanti dei due conflitti mondiali.

Il consolidarsi di mercati nazionali chiusi porta necessariamente ad una competizione tra i relativi Stati nazionali, per assicurare ai propri capitali l'accesso a determinati territori, altrimenti escluso. Circostanze particolari e politici illuminati possono temporaneamente mediare i conflitti, che però rimangono latenti, in quanto strutturali. Anche in caso di crollo dell'UE, una guerra tra i paesi ex-membri pare oggi impensabile, almeno nei prossimi anni. E tuttavia, più ci proiettiamo nel futuro, più la possibilità di un nuovo conflitto acquista una sua consistenza. Dopo tutto, le nazioni non vivono nei decenni, ma nei secoli (se non nei millenni). Inoltre, se pure fosse impensabile una guerra classica, sul campo, tra due grandi nazioni europee, risultano ipotizzabili, anche nel breve termine, forme di scontro violento. Al di là della possibilità astratta di sabotaggi sul territorio nazionale o attacchi contro agenti o contro la popolazione civile, un conflitto potrebbe ben prendere la forma di una guerra per procura. Davvero pare così impensabile la prospettiva di uno scontro aperto tra fazioni tribali in Libia, ciascuna sostenuta da una potenza di riferimento, per il controllo delle risorse energetiche? Che influenza ha già dato, negli ultimi, recentissimi anni, lo scontro tra le sovranità nazionali alla destabilizzazione del Nord Africa?

L'Europa è circondata, a sud e ad est, da un ampio arco di destabilizzazione. Se consentiamo agli egoismi nazionali di prevalere, il caos si estenderà ulteriormente, e - in ultima analisi - molti più uomini moriranno. Ma è inutile lanciare generici appelli solidaristici paneuropei. Dobbiamo invece creare le condizioni strutturali che rendano obsoleto il conflitto nazionale in Europa - per ora solo sopito, ma non definitivamente superato, dall'Unione Europea. Una Federazione Europea non inaugurerà una nuova era di pace e amore, ma quantomeno eviterà che la guerra si estenda entro i suoi confini. E consentirà, soprattutto, di trasformare in realtà l'interesse comune europeo alla pacificazione del proprio limes, oggi ostacolato dai maggiori vantaggi che il singolo Stato può ottenere, a scapito degli altri, dalle dinamiche violente in atto. Già solo per questo, la prospettiva di un'Europa federale è l'unica che mi dia un minimo di ottimismo. E ciò senza considerare quanto una politica federale potrebbe fare per ridare una prospettiva alle classi popolari, per gestire razionalmente la grande questione migratoria, per affrontare il cambiamento climatico, per pianificare delle vere reti transeuropee di trasporto, per ottimizzare infinite voci di spesa a cominciare da quelle militari.