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giovedì 19 gennaio 2017

Mai 2011, la crise en Lybie et le défis d'une politique étrangère commune pour l'UE.

J'ai récemment retrouvé ce texte, que j'écrivis dans le mai 2011. J'ai décider de le publier sur mon blog, vus que les les thèmes abordés conservent toute leur actualité.

Alors que la crise militaire en Afrique du Nord ne semble pas proche de sa fin, il est nécessaire pour les  États et les citoyens de l’Union Européenne de réfléchir sur son début.  Insouciants des positions de leurs homologues italiens et allemands, le président français Nicholas Sarkozy et son entourage ont lancé une difficile opération militaire. L’opération prétend être justifiée sur la base d’une résolution des Nations Unies, alors que celle-ci demandait seulement l’instauration d’une no-fly zone et non pas le renversement du régime de Qaddafi.

Quel que soit le jugement de l’histoire sur cette guerre (dont les conséquences, en janvier 2017, paraissent tragique, ndr), elle a démontré l’absence d’une politique étrangère européenne. Bien que ses compétences ne cessent d’augmenter, l’Union Européenne apparaît comme une institution principalement économique. Le manque d’une politique militaire et étrangère commune est logique, car l’UE n’est pas une fédération, mais une forme très avancée de collaboration entre États indépendants. Dans le domaine de la Politique Étrangère et de Sécurité Commune (PESC) cette collaboration existe au niveau intergouvernemental, et non pas au niveau institutionnel-communautaire. Donc, ce n’est pas l’existence d’une politique étrangère autonome qui peut être critiquée, mais le fait qu’elle ait été pensée et sans aucune consultation avec ses partenaires. L’attitude française pendant cette crise semble exprimer un mépris de l’idée même de collaboration.

Pourtant, les bénéfices d’une politique étrangère commune seraient importants. L’Europe parle aujourd’hui avec vingt-sept voix différentes et le résultat est que trois quarts de ces voix ne sont pas entendues. Les quelques voix qui peuvent être entendue sont flébiles et incomparablement plus faible que la chinoise, l’américaine et l’indienne. Nos divisions nous rendent proies des autres grandes puissances. Est-il normal que l’influence d’une Russie paranoïaque, peu peuplée et encore déstabilisé soit si grande en Europe? Si l’Europe, si forte en population, richesse et culture, était vraiment unie c’est bien le contraire qui arriverait. À en profiter ne serait pas seulement les peuples de l’Union, mais la paix et la stabilité de l’Eurasie entière.

Si la création d’une politique étrangère commune demeure le grand dessin à accomplir, les difficultés qui nous en séparent sont aussi grande. Les nations européennes ne veulent pas renoncer à une telle partie de leur souveraineté. Pays comme l’Espagne, le Royaume-Uni et, surtout, la France ne sont pas seulement des nations, ce sont les  États qui ont crée l’idée de nation. En plus, certains pays ont des fortes influences qu’ils ne veulent risquer de perdre. La France a un rôle important en Afrique, le Royaume-Uni ne peut se passer de ses relations avec le Commonwealth et de la special relationship ave les  États-Unis. En outre, les nouveaux membres de l’Est sortent de l’expérience tragique du bloc soviétique et sont trop fiers de l’indépendance qu’il viennent de gagner à nouveau pour y renoncer en grande ou petite partie.

Que faire alors pour avancer le long du chemin tracé par Spinelli, Monet et les autres pères de l’intégration européenne ? Bien que leur valeur soit surtout symbolique, certaines nouveautés du Traité de Lisbonne indiquent la bonne direction : la création d’un Président de l’Union, d’un Ministre européen des affaires  étrangères (qui a conservé le nom de Haut Représentant de la PESC), l’augmentation de pouvoir du Parlement de Strasbourg et, dernier mais pas par importance, d’un service diplomatique propre de l’EU.


Cela n’est bien sur pas assez. Trouver un accord à 27 pour une politique étrangère commune semble impossible, mais la solution pourrait être une Europe à deux vitesses. Les succès de l’approche fonctionnaliste à l’intégration nous indiquent que la politique des petits pas peut porter à grands résultats. Comme les hommes de mer d’autres temps, les hommes politiques et les citoyens qui soutiennent l’idée d’une politique étrangère commune doivent avoir patience et attendre que le vent soit propice, sans pour autant perdre de vue leur destination finale.

venerdì 23 dicembre 2016

Se cede #Shengen, vince il terrorismo.

Sospendere Shengen, ripristinando i controlli alle frontiere nazionali, a seguito del recente attacco terroristico a Berlino, sarebbe un errore dalle conseguenze incalcolabili. La libera circolazione delle persone non è solo il più immediato beneficio derivante dall'integrazione europea, ma è anche il segno tangibile di quanto l'Unione non sia una struttura con fini meramente commerciali, ma un valore e un'opportunità molto più ampia per l'esistenza dei suoi cittadini.

Stiamo affrontando una minaccia terroristica portata avanti da qualche centinaio di persone su una popolazione di centinaia di milioni. Davvero intendiamo cedere a questa infima minoranza? Davvero siamo disposti a prendere in considerazione una misura come la sospensione di Shengen, che colpirebbe duramente, anche a livello economico, milioni di persone? Se abbandoniamo Shengen, rendiamo i nostri popoli più poveri e più divisi, per inseguire una maggior sicurezza comunque incerta nell'an e nel quantum. Così facendo, consegnamo ai terroristi una vittoria che mai sarebbero in grado di ottenere da soli. I politici che chiedono l'abolizione di Shengen vorrebbero atteggiarsi a uomini forti, ma la via che indicano è quella del cedimento, della debolezza, dell'egoismo e della codardia.

La strada da seguire è esattamente quella opposta e si fonda su resilienza, coesione e cooperazione.
Dobbiamo potenziare la capacità delle nostre comunità di reagire positivamente a eventi traumatici e a stress persistenti, quali quelli generati dal fenomeno terroristico, trasformando la minaccia in una fonte di coesione e solidarietà tra gli individui e tra i popoli del continente. Dobbiamo poi studiare forme di cooperazione piú avanzate nell'intelligence, nella difesa e nella gestione della politica estera.
Le frontiere da sorvegliare ci sono già, ma non sono certo quelle interne, tra i singoli Stati nazionali: sono quelle dell'Europa.

martedì 12 luglio 2016

#FederazioneEuropea, il migliore tra i futuri possibili.

Pochi giorni fa, si è tenuto un referendum sulla permanenza del Regno Unito nell'Unione Europa, conclusosi con la vittoria del fronte del leave. Se, come pare ormai inevitabile, si avvierà la procedura per l'uscita della Gran Bretagna dall'UE, assisteremo al più significativo regresso del processo di integrazione europea.

Molti, anche qui in Italia, si rallegrano dell'esito referendario, auspicando la disintegrazione dell'Unione. Ormai, additare l'UE come responsabile di tutti i mali del continente è diventato un cliché in ampi settori della società, e tra i politici che la rappresentano.

Possiamo dare per assodato che il progetto europeo, così come realizzato ad oggi, soffre di due importanti limiti. Il primo è quello della legittimazione democratica. Malgrado gli interventi correttivi da ultimo previsti nel Trattato di Lisbona, la maggior parte degli organi dell'UE non sono dotati di diretta legittimazione democratica e, in ampi settori, il Parlamento ha un potere limitato. I maggiori poteri decisionali, all'interno dell'UE, risiedono ancora nel Consiglio e negli Stati Nazionali che lo compongono.

Il secondo limite è implicito nell'idea stessa di un'integrazione solo economica. L'integrazione non è uno status, ma un processo. Negli anni '60, l'economista Béla Balassa ha proposto uno schema, apprezzato ancora oggi, dei diversi, progressivi stadi di integrazione economica. Con ogni passo in avanti, si risolvono delle problematiche della situazione precedente, ma se ne creano delle nuove che dovranno, a loro volta, essere affrontate. L'Unione Europea è oggi arrivata, per i paesi della zona Euro, al penultimo stadio, ossia quello dell'unione economica e monetaria.

A fronte dello shock provocato dalla crisi finanziaria globale, poi diventata per noi crisi dei debiti sovrani, questa unione monetaria non sta funzionando. Secondo alcuni studiosi, i recenti, negativi sviluppi  dimostrano che l'Europa, attualmente, non è un'area valutaria ottimale.  A costo di semplificare, possiamo dire che, secondo questa teoria, una moneta unica può prosperare solo nell'assenza di shock asimmetrici, in presenza di una forte mobilità dei fattori produttivi e magari in presenza di sistemi di riequilibrio fiscale, anche di tipo federale. Elementi che, ad oggi, risultano problematici. A fronte di una politica monetaria unica, gli Stati europei continuano a porre in essere politiche fiscali separate, solo esternamente irrigidite - in negativo - da vincoli di bilancio, ma senza strumenti di riequilibrio. Non sono il solo a dubitare che una tale cesura tra una politica monetaria comune e politiche fiscali possa continuare indefinitivamente, alla luce dei profondi squilibri dell'eurozona. Il timore è che, se non si fanno passi avanti, sarà inevitabile farne indietro, regredendo significativamente nel processo di integrazione.

Fare un passo avanti significa, necessariamente, avviare l'integrazione politica. Con l'unione monetaria, siamo arrivati al livello massimo dell'integrazione "solo" economica. Il limite del funzionalismo economico è stato raggiunto. Diventa a questo punto necessario iniziare a mettere  in comune, a un livello ben più alto dell'attuale, anche le politiche fiscali, e quindi la spesa pubblica. Per fare questo, però, è necessario dare vera legittimità democratica alle istituzioni che dovranno gestire tale spesa (e quindi, direttamente o meno, le risorse raccolte attraverso la tassazione). Di fatto, è la logica insita nel principio del no taxation without representation che mi porta a guardare con sfiducia, almeno nel lungo termine, a tutte le soluzioni para-federali posticce sulle quali si sta riflettendo pur di mantenere viva l'illusione della sovranità nazionale. Esse finirebbero per acuire il problema della democraticità dell'Unione, indebolendone di fatto le fondamenta.

Solo una vera Federazione può consentire un'evoluzione del processo di integrazione davvero rispettosa del principio rappresentativo. Uno Stato plurinazionale, con un'unica soggettività internazionale, ma con un potere centrale limitato e ampie riserve di competenza ai singoli stati federati. Almeno inizialmente, è impensabile che un tale progetto possa estendersi a tutti gli Stati dell'Unione: i candidati al progetto federale sarebbero i membri fondatori CEE e gli stati della zona euro. Si creerebbe un sistema di integrazione differenziata, con la persistenza dell'Unione Europea, e al suo interno, come perno centrale, la Federazione. Certe problematiche paiono difficili da sormontare. Si pensi, anche da un punto di vista simbolico, alla complessità delle negoziazioni per individuare la capitale federale!

D'altra parte, pensiamo a qual'è l'alternativa. La costituzione di un mercato più ampio e privo di barriere non è il fine per il quale è stato iniziato il processo di integrazione, ma il mezzo. Il principale fine era è quello di impedire un nuovo conflitto tra gli Stati europei. Non a caso, il primo step del processo è stato la costituzione di una Comunità Europea del Carbone e dell'Acciaio, all'interno della quale condividere liberamente e senza discriminazioni queste risorse, fondamento dell'industria bellica. I promotori dell'iniziativa non erano interessati a ottimizzare la produzione o favorire i commerci. Intendevano invece prevenire il riaccendersi della competizione franco-tedesca per il controllo delle risorse siderurgiche site nelle aree vicine al confine renano e nel Benelux, competizione che veniva riconosciuta fra le cause economiche scatenanti dei due conflitti mondiali.

Il consolidarsi di mercati nazionali chiusi porta necessariamente ad una competizione tra i relativi Stati nazionali, per assicurare ai propri capitali l'accesso a determinati territori, altrimenti escluso. Circostanze particolari e politici illuminati possono temporaneamente mediare i conflitti, che però rimangono latenti, in quanto strutturali. Anche in caso di crollo dell'UE, una guerra tra i paesi ex-membri pare oggi impensabile, almeno nei prossimi anni. E tuttavia, più ci proiettiamo nel futuro, più la possibilità di un nuovo conflitto acquista una sua consistenza. Dopo tutto, le nazioni non vivono nei decenni, ma nei secoli (se non nei millenni). Inoltre, se pure fosse impensabile una guerra classica, sul campo, tra due grandi nazioni europee, risultano ipotizzabili, anche nel breve termine, forme di scontro violento. Al di là della possibilità astratta di sabotaggi sul territorio nazionale o attacchi contro agenti o contro la popolazione civile, un conflitto potrebbe ben prendere la forma di una guerra per procura. Davvero pare così impensabile la prospettiva di uno scontro aperto tra fazioni tribali in Libia, ciascuna sostenuta da una potenza di riferimento, per il controllo delle risorse energetiche? Che influenza ha già dato, negli ultimi, recentissimi anni, lo scontro tra le sovranità nazionali alla destabilizzazione del Nord Africa?

L'Europa è circondata, a sud e ad est, da un ampio arco di destabilizzazione. Se consentiamo agli egoismi nazionali di prevalere, il caos si estenderà ulteriormente, e - in ultima analisi - molti più uomini moriranno. Ma è inutile lanciare generici appelli solidaristici paneuropei. Dobbiamo invece creare le condizioni strutturali che rendano obsoleto il conflitto nazionale in Europa - per ora solo sopito, ma non definitivamente superato, dall'Unione Europea. Una Federazione Europea non inaugurerà una nuova era di pace e amore, ma quantomeno eviterà che la guerra si estenda entro i suoi confini. E consentirà, soprattutto, di trasformare in realtà l'interesse comune europeo alla pacificazione del proprio limes, oggi ostacolato dai maggiori vantaggi che il singolo Stato può ottenere, a scapito degli altri, dalle dinamiche violente in atto. Già solo per questo, la prospettiva di un'Europa federale è l'unica che mi dia un minimo di ottimismo. E ciò senza considerare quanto una politica federale potrebbe fare per ridare una prospettiva alle classi popolari, per gestire razionalmente la grande questione migratoria, per affrontare il cambiamento climatico, per pianificare delle vere reti transeuropee di trasporto, per ottimizzare infinite voci di spesa a cominciare da quelle militari.

venerdì 17 giugno 2016

Assassinio di Jo Kox: il terrorismo nazionalista torna a insanguinare l'Europa.

"Deputata inglese pro UE uccisa da un pazzo": questo è il sottotitolo che accompagna l'articolo, a firma della redazione, comparso su Il Giornale di stamattina. Il contenuto, meno osceno di quanto il titolo potesse far presagire, denota però la scelta, assai significativa, di non utilizzare il termine terrorismo. Non solo in una parte della stampa conservatrice, ma in molti dei contributi che si possono leggere online, e soprattutto negli status condivisi e nei commenti pubblicati, emerge la malcelata volontà di eliminare la dimensione politica del crimine, riducendo il tutto alle supposte cause patologiche dell'azione. 

Non che si tratti di un fenomeno nuovo: questo genere di banalizzazione si è già visto, da parte di commentatori di opposti schieramenti, in occasione di gravissime azioni di terrorismo degli ultimi anni, da Utoya, a Tolosa, a Orlando. Queste letture riduttive non sono però accettabili.

Prima di tutto, è il concetto di pazzia a essere problematico. Come si può constatare frequentando le aule penali, è tutt'altro che semplice tracciare il discrimine tra comportamenti "devianti" di origine patologica e non. Ciò per il semplice fatto che la "normalità" mentale non è una caratteristica tangibile e osservabile dell'essere umano, ma è un modello, costruito sulla base di quel poco che sappiamo del cervello umano e, soprattutto, sulla base di un accertamento epidemiologico/statistico, ossia sul modo in cui si sviluppano i processi mentali nella maggior parte degli esseri umani. Anche se ancorato quanto più possibile a criteri scientifici, l'accertamento della natura patologica di un pensiero presenta quindi dei significativi profili di discrezionalità.

Ma, ancor più importante è rendersi conto che l'esistenza di una qualche forma di disagio psichico in capo agli assassini non influisce comunque sulla natura eventualmente politica degli atti criminali posti in essere. Questo perché le vittime sono state scelte sulla base di considerazioni politiche. La situazione non è assolutamente paragonabile a quella di un soggetto come Kabobo che, in preda a un raptus omicida, attacca i passanti. In tutti i casi citati, invece, le vittime sono state scelte per la loro appartenenza a un gruppo considerato nemico della propria identità o, nel caso della deputata Jo Kox, specificamente per determinate posizioni politiche dalla stessa sostenute.

Se fosse necessario argomentare ulteriormente sulla politicità dell'assassinio, si potrebbero pure richiamare quelle innumerevoli esternazioni che, magari pur condannando espressamente l'omicidio, ne cercavano una spiegazione - se non una vera e propria giustificazione- nelle scelte politiche di cui la Kox si era fatta portavoce. Scelte che vengono quotidianamente additate da alcuni come una minaccia di ampia portata al benessere, se non alla stessa sopravvivenza, del "popolo", della "gente comune" o delle "nazioni europee". Queste esternazioni dimostrano che l'atto del singolo, anche laddove considerato estremo e quindi non appoggiato, viene pienamente compreso nella sua dimensione politica da quella parte delle nostre nazioni che avversa le attuali politiche migratorie e comunitarie.

Anche in assenza di organizzazioni terroristiche strutturate, quanti lupi solitari potremmo avere nei prossimi anni? Si profila l'emergere, nei paesi europei, di una minaccia terroristica di stampo nazionalista radicale. Per prevenirla, non sarà sufficiente la messa in opera di strumenti legali e culturali. Infatti, in assenza di un'evoluzione verso una più profonda integrazione europea, si sta assistendo a una disgregazione degli interessi già messi in comune, destinati a essere sostituiti da una più forte competizione commerciale e dalla lotta per l'espansione dei mercati "nazionali" dei singoli paesi europei. Insomma quelle condizioni strutturali che furono identificate, nel secondo dopoguerra, come il fattore economico principale che aveva determinato le due guerre mondiali.

Sarebbe ora di ricordarci che, prima che per considerazioni economiche, e prima che per costituire un baluardo coeso contro l'espansione sovietica, l'integrazione europea fu concepita come un sigillo, nel quale imprigionare i demoni che, per due volte nel corso di un secolo, avevano incendiato il mondo.

venerdì 25 marzo 2016

Diem25: il progetto di Varoufakis per... l'integrazione europea?

Ieri sera ho partecipato all'incontro organizzato dal Democracy in Europe Movement 2025 - Diem25 presso l'acquario di Roma, un progetto promosso dall'ex ministro degli esteri ellenico Yanis Varoufakis. L'obbiettivo di Diem25, come esposto dal suo promotore, non sarebbe quello di formare una nuova confederazione di partiti di sinistra in Europa, né di creare nuovi partiti nazionali, ma di sviluppare, nella società civile, una piattaforma politica di sostegno alla democratizzazione dell'Europa. "The European Union will democratize or it will disintegrate": questo è il messaggio centrale di Varoufakis, più volte ripetuto durante la serata.

Ma cosa intende Diem25 con "democratizzazione dell'Europa"? Il concetto pare decisamente più ambizioso di come è stato riduttivamente interpretato da una parte dell'auditorio.

Come si legge nella versione estesa del Manifesto per democratizzare l'Europa (qui in lingua originale), "gli europei hanno il diritto di esaminare l’avvenire dell Unione, e il dovere di trasformare l’ Europa (all’orizzonte 2025) in democrazia piena e intera, dotata di un Parlamento sovrano che rispetta l’autodeterminazione nazionale e condivide il potere con i parlamenti nazionali, i consigli regionali, i consigli comunali". Per questo, nel termine dei prossimi due anni, il movimento si prefigge l'obbiettivo di convocare "un’assemblea costituente composta da rappresentanti eletti nelle liste transnazionali" che "avrà il potere di decisione su una futura costituzione democratica".

Da queste poche righe, si può cogliere non solo l'anelito europeista del progetto, già ricavabile nelle premesse del testo, ma anche una visione di stampo effettivamente federale della futura Europa. Si parla infatti di un Europa costruita su vari livelli di governo, nella quale anche il livello più alto gode di piena legittimazione democratica. Il progetto accoglie con forza i principi di sussidiarietà verticale, di prossimità e di decentramento, con un'espressa valorizzazione dei livelli substatali. L'interpretazione del Manifesto alla luce del principio di sussidiarietà consente poi di risolvere l'apparente contraddittorietà insita nell'obbiettivo che il movimento si è posto per i prossimi 12 mesi. Esso consiste infatti nell'"europeizzare le quattro questioni" rispetto alle quali i governi nazionali non hanno modo oggi di agire, ossia debito pubblico, banche, insufficienza di investimenti, flussi migratori e aumento della povertà, limitando nel contempo "le prerogative arbitrarie di Bruxelles e rendendo il potere ai parlamentari nazionali, ai consigli regionali, ed ai comuni".

Da una parte, Diem25 prefigura un assemblea costituente e un legislatore europeo pienamente rappresentativo, il che implica il venir meno - o quantomeno la forte limitazione - del persistente potere dei governi nazionali nell'emanazione degli atti dell'Unione. Dall'altra parte, con una scelta probabilmente non casuale, il Manifesto non utilizza, neppure una volta, i termini federazione e federale. Verosimilmente, tali termini sono al momento invisi a una parte del popolo cui si rivolge Varoufakis - cosa che ho potuto constatare personalmente a margine dell'incontro. E, altrettanto verosimilmente, la futura natura federale, confederale, o di altro tipo dell'Unione rappresenta una scelta che Diem25 desidera demandare alla prevista assemblea costituente.

In conclusione, sono rimasto positivamente colpito dall'incontro con Diem25. Da un lato, l'incontro di Roma per alcuni aspetti e temi sembrava una tipica assemblea internazionale dell'area della sinistra parlamentare, dall'altra ha saputo portare all'attenzione di tale area una posizione innovativa sull'Europa. Da troppo tempo, ormai, una parte della sinistra politica sembra orientarsi verso una chiusura nazionale, se non proprio nazionalistica. Ciò avviene contestualmente all'insinuarsi nell'orizzonte della sinistra italiana (e non solo) di personaggi e tesi di stampo marcatamente comunitarista, sovranista o euroasiatista. Il progetto di Varoufakis indica la direzione opposta. Devo ammettere che non ero riuscito a cogliere questo aspetto del politico greco durante il suo mandato come Ministro dell'Economia. Il fatto che alcuni temi diventino oggetto di dibattito al di fuori del ristretto ambito della élite liberal-europeista è uno sviluppo significativo, che potrebbe consentire un dibattito più ampio e ricco sul futuro dell'integrazione del continente.