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venerdì 23 dicembre 2016

Se cede #Shengen, vince il terrorismo.

Sospendere Shengen, ripristinando i controlli alle frontiere nazionali, a seguito del recente attacco terroristico a Berlino, sarebbe un errore dalle conseguenze incalcolabili. La libera circolazione delle persone non è solo il più immediato beneficio derivante dall'integrazione europea, ma è anche il segno tangibile di quanto l'Unione non sia una struttura con fini meramente commerciali, ma un valore e un'opportunità molto più ampia per l'esistenza dei suoi cittadini.

Stiamo affrontando una minaccia terroristica portata avanti da qualche centinaio di persone su una popolazione di centinaia di milioni. Davvero intendiamo cedere a questa infima minoranza? Davvero siamo disposti a prendere in considerazione una misura come la sospensione di Shengen, che colpirebbe duramente, anche a livello economico, milioni di persone? Se abbandoniamo Shengen, rendiamo i nostri popoli più poveri e più divisi, per inseguire una maggior sicurezza comunque incerta nell'an e nel quantum. Così facendo, consegnamo ai terroristi una vittoria che mai sarebbero in grado di ottenere da soli. I politici che chiedono l'abolizione di Shengen vorrebbero atteggiarsi a uomini forti, ma la via che indicano è quella del cedimento, della debolezza, dell'egoismo e della codardia.

La strada da seguire è esattamente quella opposta e si fonda su resilienza, coesione e cooperazione.
Dobbiamo potenziare la capacità delle nostre comunità di reagire positivamente a eventi traumatici e a stress persistenti, quali quelli generati dal fenomeno terroristico, trasformando la minaccia in una fonte di coesione e solidarietà tra gli individui e tra i popoli del continente. Dobbiamo poi studiare forme di cooperazione piú avanzate nell'intelligence, nella difesa e nella gestione della politica estera.
Le frontiere da sorvegliare ci sono già, ma non sono certo quelle interne, tra i singoli Stati nazionali: sono quelle dell'Europa.

venerdì 17 giugno 2016

Assassinio di Jo Kox: il terrorismo nazionalista torna a insanguinare l'Europa.

"Deputata inglese pro UE uccisa da un pazzo": questo è il sottotitolo che accompagna l'articolo, a firma della redazione, comparso su Il Giornale di stamattina. Il contenuto, meno osceno di quanto il titolo potesse far presagire, denota però la scelta, assai significativa, di non utilizzare il termine terrorismo. Non solo in una parte della stampa conservatrice, ma in molti dei contributi che si possono leggere online, e soprattutto negli status condivisi e nei commenti pubblicati, emerge la malcelata volontà di eliminare la dimensione politica del crimine, riducendo il tutto alle supposte cause patologiche dell'azione. 

Non che si tratti di un fenomeno nuovo: questo genere di banalizzazione si è già visto, da parte di commentatori di opposti schieramenti, in occasione di gravissime azioni di terrorismo degli ultimi anni, da Utoya, a Tolosa, a Orlando. Queste letture riduttive non sono però accettabili.

Prima di tutto, è il concetto di pazzia a essere problematico. Come si può constatare frequentando le aule penali, è tutt'altro che semplice tracciare il discrimine tra comportamenti "devianti" di origine patologica e non. Ciò per il semplice fatto che la "normalità" mentale non è una caratteristica tangibile e osservabile dell'essere umano, ma è un modello, costruito sulla base di quel poco che sappiamo del cervello umano e, soprattutto, sulla base di un accertamento epidemiologico/statistico, ossia sul modo in cui si sviluppano i processi mentali nella maggior parte degli esseri umani. Anche se ancorato quanto più possibile a criteri scientifici, l'accertamento della natura patologica di un pensiero presenta quindi dei significativi profili di discrezionalità.

Ma, ancor più importante è rendersi conto che l'esistenza di una qualche forma di disagio psichico in capo agli assassini non influisce comunque sulla natura eventualmente politica degli atti criminali posti in essere. Questo perché le vittime sono state scelte sulla base di considerazioni politiche. La situazione non è assolutamente paragonabile a quella di un soggetto come Kabobo che, in preda a un raptus omicida, attacca i passanti. In tutti i casi citati, invece, le vittime sono state scelte per la loro appartenenza a un gruppo considerato nemico della propria identità o, nel caso della deputata Jo Kox, specificamente per determinate posizioni politiche dalla stessa sostenute.

Se fosse necessario argomentare ulteriormente sulla politicità dell'assassinio, si potrebbero pure richiamare quelle innumerevoli esternazioni che, magari pur condannando espressamente l'omicidio, ne cercavano una spiegazione - se non una vera e propria giustificazione- nelle scelte politiche di cui la Kox si era fatta portavoce. Scelte che vengono quotidianamente additate da alcuni come una minaccia di ampia portata al benessere, se non alla stessa sopravvivenza, del "popolo", della "gente comune" o delle "nazioni europee". Queste esternazioni dimostrano che l'atto del singolo, anche laddove considerato estremo e quindi non appoggiato, viene pienamente compreso nella sua dimensione politica da quella parte delle nostre nazioni che avversa le attuali politiche migratorie e comunitarie.

Anche in assenza di organizzazioni terroristiche strutturate, quanti lupi solitari potremmo avere nei prossimi anni? Si profila l'emergere, nei paesi europei, di una minaccia terroristica di stampo nazionalista radicale. Per prevenirla, non sarà sufficiente la messa in opera di strumenti legali e culturali. Infatti, in assenza di un'evoluzione verso una più profonda integrazione europea, si sta assistendo a una disgregazione degli interessi già messi in comune, destinati a essere sostituiti da una più forte competizione commerciale e dalla lotta per l'espansione dei mercati "nazionali" dei singoli paesi europei. Insomma quelle condizioni strutturali che furono identificate, nel secondo dopoguerra, come il fattore economico principale che aveva determinato le due guerre mondiali.

Sarebbe ora di ricordarci che, prima che per considerazioni economiche, e prima che per costituire un baluardo coeso contro l'espansione sovietica, l'integrazione europea fu concepita come un sigillo, nel quale imprigionare i demoni che, per due volte nel corso di un secolo, avevano incendiato il mondo.

giovedì 12 novembre 2015

Il terrorismo va studiato e compreso. Ma senza giustificazioni, complicità o ambiguità.


Per chi debba prendere decisioni politiche, guardare all'intifada dei coltelli sotto la sola ottica del terrorismo non è sufficiente. Lo stato di profonda sfiducia, paura, dolore e straniamento in cui versa la gioventù palestinese non può essere ignorato se si vuole contribuire a rimuovere le cause delle cicliche esplosioni di violenza. Non è un caso che lo stesso Shin Bet, il servizio segreto interno israeliano, a puntare l'indice sulle condizioni di vita in cui versano centinaia di migliaia di palestinesi.

E tuttavia, vi è una profonda ipocrisia nell'evidenziare le vittime palestinesi degli ultimi giorni ignorando la circostanza che le abusate categorie di "vittime" e "martiri assassinati" identificano in buona parte persone che hanno deciso di usare gli strumenti a loro disposizione, automobili e coltelli, per uccidere dei passanti  sulla base della loro sola appartenenza etnica. 

Possiamo fare le più comprensive valutazioni sul piano individuale/psicologico e collettivo/sociologico per ricostruire la logica che scatena l'azione omicida. Ma a ben vedere, sulla base del medesimo ragionamento, è comprensibile e spiegabile la scelta del sottoproletariato e della classe media impoverita tedesca di sostenere il nazionalsocialismo. E stando geograficamente più vicino, è comprensibile, sia da un punto di vista individuale/psicologico, sia da uno collettivo/sociologico che chi nasce oggi in determinate sezioni della società israeliana, tenderà a sviluppare sentimenti di paura e odio verso gli arabi, tali da spingerlo anche ad azioni violente o terroristiche.

La sociologia può essere utile per individuare i problemi, ma non può sostituire la politica nella valutazione. I due piani sono logicamente distinti e il mischiarli è un errore logico, talvolta deliberato. La peggiore operazione è infatti quella per cui si riserva, agli "amici" una comprensiva valutazione sociologica, mentre ai "nemici" si riserva un giudizio politico.

E' singolare la disinvoltura con cui il doppio metro di giudizio venga applicato proprio da chi non perde occasione per denunciare "l'ipocrisia dell'occidente". Ugualmente singolare, da un punto di vista strategico-politico, prima ancora che morale, è che a giustificare il terrorismo siano sedicenti progressisti, sostenitori della eliminazione di Israele per fare spazio a un unico Stato dal mare al Giordano. Riesce difficile immaginare come attentati di questo genere possano portare, nel breve come nel lungo termine, a quella più intensa integrazione sociale, culturale, politica e umana tra le due popolazioni che è condizione necessaria per uno stato binazionale con una minima possibilità di sopravvivere. La strategia politica pare contraddittoria. Sempre che, beninteso, il progetto sia davvero quello di una coesistenza paritaria, e non quello di liquidare la presenza nazionale ebraica in Palestina.

Approfondirò in altra sede perché quest'ultima prospettiva, talvolta palesata, tra l'altro mascherata sotto formule più ambigue, sia inaccettabile. Ma intanto, per quanto mi riguarda, chi accoltella un passante per l'unica ragione che sembra ebreo (o arabo) non sarà mai un eroe, né un martire. E nessuna spiegazione sociologica o psicologica del relativo atto potrà renderlo politicamente o moralmente legittimo.